La Scomunica dei Rusca - fotografie
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Rievocazione Storica “La Scomunica dei Rusca - 1282”
Lomazzo, Piazza della chiesa di S. Siro, sabato 5 maggio 2007

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Scomunica dei Rusca


Madonne, messeri e popol tutti. Siamo quivi riuniti per celebrar maestoso evento. Codesta sera se spalancheranno innanzi a noi le frontiere del tempo e rivivremo tempi lontani. Anno di grazia 1282. Lomatium Cumanum. Ecclesia Sancti Siri loci Lomatii, plebis Fini. Qui, in questo luogo, un fatto tremendo accadde secoli addietro. Era un giorno di sabato, narrano le cronache. Giorno di sabato, come questa sera. Giorno terribile. Anno del Signore 2007: oggi quel fatto rivive!

Scomunica dei Rusca


Entrano in piazza i lebbrosi, con lamenti e rantolii. «Carità... messere... Pietà, per li miserabili co la lebbra... Carità!» I lebbrosi hanno vesti stracciate e bende logore sul viso. Si sostengono con un bastone ricurvo, con una campanella, che scuotevano per segnalare la loro presenza. Erano i reietti della società, i più emarginati, il gradino più basso della società del Duecento. L’uomo medioevale era tremendamente superstizioso, e vedeva nei segni orribili sulla pelle di questi disgraziati la prova di maledizioni e di flagelli divini. Non solo andavano evitati per via del contagio, ma andavano evitati in quanto esseri immondi, più indegni persino del più umile tra i villici.

Scomunica dei Rusca


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A poco a poco iniziano ad arrivare alla spicciolata i popolani. Subito si è sparsa la voce: stasera in piazza deve accadere qualcosa di eccezionale. Ma cosa? Le notizie raccimolate col passaparola sono vaghe e imprecise...

Scomunica dei Rusca


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- Bona sera! …ser Tebaldo.
- Bona sera a voi, donna Eloisa!
- Corre voce che codesta sera, lo messer Episcopo deve arrivare. Dev’essere de securo per un avvenimento de grande eccezione. Avete udito quel che è accaduto nella città de Como?

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- Mio cugino è stato in città, per cedere quel suo maiale. Dice che hanno cercato de uccidere sua Signoria lo Vescovo. Et dice anche, che solo per miracolo lo Vescovo è scampato!
- Pure io l’ho udito. Se dice che lo Signore della città, ha assaltato l’episcopio.
- Un agguato… Uccidere messer Vescovo: ma a qual cagione?
- Io cheste cose non le so: sono un povero villano… Ma de securo questo te dico: quel Loterio è peggio de lo demonio!
- Un farabutto... Sì, un farabutto... Un demonio!!...

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Ecco il camparo! Nei Comuni Rurali (come Lomazzo) era lui a svolgere il ruolo di guardia civica; lui il sorvegliante che doveva vigilare sul territorio. Tra i suoi compiti primari soprattutto la custodia delle campagne dei boschi, dei prati, e delle messi, che in una società agricola erano il bene più prezioso.

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«Camparo, fate allontanare chesti miserabili! Deve arrivare sua signoria lo Vescovo!»
E’ la voce risoluta di uno dei Consoli del paese a disporre che la piazza venga sgomberata. Subito il Camparo intervene: «Via! Animo! Portate via da qui li vostri sudici cenci, che codesto non è posto per voi! Non avete udito? Deve arrivare messer lo Vescovo! Animo! Ite!.. Ite!»
Finalmente i lebbrosi si spostano, incalzati dal bastone del camparo...

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Ma perché il Vescovo di Como doveva giungere in Lomatio, in quel lontano giorno di sabato del 1282? Ascoltiamo il racconto dello stesso Giovanni de’ Avvogadri, Vescovo pacifico e pacificatore, insofferente alle continue lotte tra guelfi e ghibellini. Eletto nel 1275, trovò il partito dei Rusca imprigionato ed esiliato.

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Scriveva lo Vescovo: «Noi, mossi da giusta compassione, desiderando reportare la pace e la quiete nella città de Como e nelle diverse fazioni, e non senza rischio, per noi ed i nostri, abbiamo speso ogni cura, sollecitudine et influenza per la loro liberazione, affinché fosse reso loro ogni diritto. Essi però, ingrati de tanti benefizi, a poco a poco fecer emergere la vera loro natura, a causa de invidia ne’ nostri confronti, come indignati per essere stati liberati da noi: radunata a Como un’ingente moltitudine a mano armata, con clamore grande e orribile fecero affronto contro di noi, volendoci sottoporre a cattura... o a morte!»

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«I Rusca inoltre, volendo commettere ogni genere de delitto, misero il foco nel predetto palazzo vescovile et devastarono crudelmente la chiesa, robando spoliando de moltissimi et quasi innumerevoli beni, robando non solo li ornamenti, ma anco li apparati de la Messa et persino la campana e li cardini delle porte. E mentre noi rimanevamo a Mediolano, alcuni de’ sacrileghi costrinsero con minacce et grandi terrori li canonici della nostra chiesa, et occuparono con la violenza tutte le chiese, tanto de la città quanto de la deocesi de Como».

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A questo punto occorre sapere che il Vescovo Giovanni godeva di altissimo prestigio nella città di Como, proprio perché aveva fama di essere giusto e imparziale rispetto alle contese fra guelfi e ghibellini. Per questo motivo, a causa del prestigio e dell’ascendenza che aveva sulle questioni politiche della città, c'era chi nella fazione ghibellina non lo ammirava, e anzi covava terribili piani per sbarazzarsi di lui...

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Il Vescovo Avvogadri ebbe appena il tempo di fuggire dalla città, cercando riparo verso sud. Così, trovò rifugiò in territorio milanese, dove Ottone Visconti, Arcivescovo e Signore della città di Mediolano, gli offriva amicizia e protezione. Ma Giovanni de Avvogadri non poteva subire in silenzio, e di fronte a tutti questi delitti e scelleratezze decise di rientrare sul territorio della sua diocesi per compiere un atto ufficiale contro tutti i suoi assalitori, rapinatori, incendiari, et violatori de cose sacre. Ecco spiegato il motivo per cui messer Vescovo stava per giungere in del paese de Lomatio, borgo de confine fra il territorio de Como e quello de Mediolano!

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Da Milano si muove un corteo, scortato dall’esercito milanese. L'incedere del condottiero e del suo drappello di guardie è accompagnato dai colpi di mazza del tamburo, mentre alcuni servitori portano torce per illuminare la strada. Seguono i capitani di ventura, coi loro guerrieri mercenari; i religiosi, con frati francescani, monaci umiliati e presbiteri della curia vescovile. Infine messer Vescovo. Innanzi a lui la via è rischiarata da due ceriferari, coi loro cilostri, e la protezione è costantemente garantita da due fidi monaci templari. A lato il cerimoniere, l’elemosiniere il notaio della curia vescovile. Da ultimi i vessilliferi milanesi, che chiudono come un sipario il corteo di messer lo Vescovo.

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Non appena il corteo fa ingresso nella piazza squillano pomposamente le chiarine medioevali. Subito l’araldo annuncia a pieni polmoni: «Iohannes Advocato, per grazia divina, Episcopus Cumanus!».

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La Schola Cantorum intona un’antifona, in canto ambrosiano antico, con cui saluta l’arrivo messer Vescovo: “Ecce sacerdos magnus, qui in diebus suis placuit Deo, et inventus est justus”.

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All’arrivo del Vescovo si svolgono i riti previsti nell’ “Ordo recipiendi praelatum”, l’antico rituale applicato per accogliere un alto dignitario ecclesiastico. Appena sceso da cavallo, il Vescovo bacia un crocifisso, che il più degno del Clero locale (il “presbyter Carnevarius”) gli presenta su di un cuscino. Poi l’aspersione, e infine il Vescovo sale al trono che gli è stato preparato, con il baldacchino e il faldistorio, accompagnato dalle note pompose e solenni del Corpo Musicale.

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Subito è il Vescovo a prendere la parola: «Gente de Lomatio! Vedo che siete presenti in moltitudine copiosa. So che correte grave rischio nell’offrimi ospizio. E so delle ritorsioni di cui è capace la masnada dei Rusca, e per questo ve sono riconoscente».
Il console di Lomazzo Comasco fa gli onori di casa e accoglie il Vescovo: «Messere reverendissimo, semo consapevoli dello grave rischio che corremo, ma avemo deciso di aprire le porte dello nostro borgo a voi. Io, consule de Lomatio Cumano, ve dechiaro la mia fedeltà!»
Prosegue il collega di parte milanese: «Messer Episcopo, sono lo consule de Lomatio Mediolanense. La scelta de venire nello nostro paese de Lomatio ce procura grande onore. Sappiate, messere reverendissimo, che li amici dello nostro Arcivescovo e Signore, Ottone Vesconti, sono li nostri amici. Per questo il popolo dello mio Comune de Lomatio Mediolanense ve assicura pieno sostegno!»

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La fedeltà al Vescovo, la scelta di Mons. Avvocati di recarsi proprio a Lomazzo, l'accoglienza così temerariamente offertagli, onorano largamente il popolo lomazzese. Grande è il coraggio del Vescovo di reagire a Loterio Rusca, e più grande è il coraggio dei Lomazzesi, che san bene che Loterio può vendicarsi su di loro in qualsiasi momento.

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Improvvisamente giunge in piazza un condottiero a cavallo e dietro di lui due guardie tengono legato un comense. Con voce trafelata il condottiero esclama: «Le sentinelle in avanscoperta hanno sorpreso quest’uomo: dice di avere una missiva urgente per lo messer Vescovo». La staffetta comasca si sfila la pergamena dalla sua cintura: «E’ una missiva dello mio signore, messer Loterio Rusca».

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Il compito di declamare la lettera di messer Rusca viene demandato all’araldo: «Una spia tra le più fidate, che per lo mio conto agisce in de la città de Mediolano, me referisce che voi, messer Episcopo, avete intenzione de lanciare interdetto su de me. Vescovo! Abbandonate lo vostro proposito! Sappiate infatti che io non resterò a guardare. Sulla mia vita ve dico: osate lanciare interdetto e mai più, mai più metterete piede in Como! Poiché io ve perseguiterò sino alla morte! Ascoltate lo mio monito, poiché altri non ve ne saranno». Rivolgendosi al vescovo, l’araldo precisa: «E’ firmata da Luterio Rusca, Signore del popolo de Como».

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I canonici più devoti intervengono per dare consiglio: «Vostra Signoria, Loterio Rusca pare assai determinato. E la missiva porta li sigilli di tutti li suoi parlamentari. Questo segnifica che li ghibellini de Como sono tutti con lui!». «Vostra Signoria, ritengo opportuno abbandonare immediatamente questo luogo e fare rientro in Mediolano. Là, l’Arcivescovo Ottone Vesconti ce garantisce sicurezza». Ma il Vescovo Giovanni de Avvogadri non li lascia finire, e interviene zittendo tutti con la sua fermezza e determinazione: «No. Non posso più tacere le cose terribili che si sono compiute. Che l’epistula sia gettata nello braciere!».

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Prosegue il Vescovo «Poiché i delitti vostri sono talmente noti et conosciuti che non si posson celare senza niuna esitazione, affinché anche noi non venimo trovati colpevoli presso Domine Iddio, noi, in forza de lo officio e dell'autorità che svolgiamo, ordiniamo che si proceda... con il rito dell’Anatéma!»

Dodici sono i presbiteri che intervengono nel terribile rito di scomunica, l’ “Ordo excommunicandi cum anathemate”. Ad ognuno è data una candela accesa, che verrà scagliata a terra e spezzata, per indicare la rottura della comunione con la Chiesa. Lo spegnimento violento dei dodici ceri, era il segno della perdita della luce divina e della condanna alle tenebre dell'inferno.

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Presso la chiesa lomazzese, alle luci soffuse delle candele si accompagnavano le parole funeste sulle pene a cui avrebbero dovuto soccombere tutti quelli che non si attenevano alla legge divina. Giovanni Avvocati tuonò oltre cento nomi, nomi di uomini empi e scellerati: Luterium Ruscham, Antonium de Langosco, Symonem de Locarno... La scomunica era un provvedimento gravissimo, la maggiore pena spirituale. Talmente drastico che spesso era sufficiente la sola minaccia di scomunica per riportare alla ragione gli sciagurati; una pena adottata anche in passato con molta parsimonia (spesso riservata al papa): il compimento del rito presso la chiesa lomazzese ha dell'eccezionale.

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Ha inizio il momento culminante: «Poiché Luterio Rusca, persuaso dal diavolo... non teme di devastare... e far strazio... e opprimere con violenza...» Il Vescovo prosegue con voce sempre più incalzante: «Per compiere dunque li precetti tagliamo con il ferro della scomunica un membro putrido e insanabile, che non accetta medicina, affinché da una malattia tanto pestifera non siano infetti gli altri membri del corpo».
Gridando, infine il vescovo esclama: «Sicut hae lucernae extinguuntur in oculis vestris, ita gaudium eorum extinguatur in conspectu sanctorum Angelorum, nisi ante mortem ad satisfactionem venerint»!
Urlando allo stesso modo i dodici presbiteri rispondono all’unisono: «Anáthema! Anáthema! Anáthema!» Di getto scagliano a terra le candele e le calpestano spegnendole con furia e scompiglio. Immediatamente interviene il Corpo Musicale, che prolunga con un brano impetuoso la suprema drammaticità del momento. La scomunica è compiuta! L’anima de Luterio è consegnata allo demonio!

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Intanto il decreto è pronto: «La presente sentenzia viene ratificata dal precitato messer Vescovo, l’anno del Signore 1282, giorno di sabato, 6° dalla fine di aprile, indizione 10.a, nella festa di S. Marco Evangelista». Prosegue il notaio: «Io, Francesco Pasta da Gallarate, notaio, per mandato de messer vescovo consegnai e scrissi e redassi in pubblica forma». Con sonori colpi di martello il notaro la affigge sul portone: «Al fine de rendere pubblico codesto processo, affiggemo copia de le pergamene alle porte de la chiesa de S. Siro, così che li podestà, li giudici, li consuli, e li homini de la città de Como, non possano fingersi ignari, né proferire scusa alcuna».

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Giustizia è stata ristabilita, e l’oppressore è stato punito dalla Chiesa di Dio.
Il popolo offre al Vescovo alcuni doni: cesti con grosse pagnotte, fiaschi di vino e prodotti agricoli in quantità, mentre la Schola Cantorum intona un madrigale. «Ringrazio voi, boni homini, per la premura che me demostrate» risponde con gratitudine il Vescovo, «ma desidero che codesta libagione sia data a chelli che non hanno di che desinare. Et anco a tutto lo popolo qui convenuto, che per esser qui, chesta sera ha degiunato. Che se rompa dunque lo degiuno».
Le cibarie vengono ridistribuite al popol tutto, e la serata si conclude con un piccolo rinfresco allestito sotto i portici, con assaggi di dolci e cibi medievali: dal miele, il dolcificante del tempo, al latte appena munto, ai latticini, con la crema di yogurt artigianale dell’azienda agricola Regina.

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La chiarina emette due brevi suoni, a mo’ di segnale. Ora il Vescovo teme per la sua incolumità: «Non posso fermarmi presso di voi, poiché Loterio potrebbe sopraggiungere. Addio, popolo lomazzese, e che lo Signore ve protegga!».
Mentre il Vescovo lascia la piazza la Rievocazione della Scomunica dei Rusca si chiude, tra le note squillanti del Corpo Musicale.

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Conclusione

Colui che veniva colpito da scomunica perdeva tutti i suoi diritti. Non importa se fosse ricco o povero; re, signore o contadino: da quel momento non era più nessuno e nessuno era tenuto ad obbedirgli; il destino dello scomunicato era quello di venire disconosciuto e cacciato. Ma Loterio Rusca, non aspettò che il popolo gli si ribellasse contro e giocò d’anticipo: forte della fedeltà della sua masnada di ghibellini dichiarò guerra a Milano, nel tentativo di snidare il Vescovo Avvogadri ed estorcere con la forza la remissione dell’interdetto. Loterio armò il suo esercito: fanti e picchieri; soldati di ventura, balestrieri e arcieri; nobili cavalieri.

Sarà guerra aperta, l’ultima terribile guerra medioevale tra Como e Milano, con armate di mercenari, di soldati e di armigeri; con dispiegamento di eserciti e manovre campali, con devastazioni e ruberie, con saccheggi e distruzioni di campagne e di colture, di cascine e di interi villaggi. Quattro anni di guerra e di privazioni. Fame e miseria saranno gli spettri più terribili e mieteranno più vittime della spada. Dopo quattro anni di dura lotta, sarà tuttavia la ragione a prevalere, e la definitiva ecatombe verrà scongiurata da una tregua: gli emissari di Como e Milano si incontreranno a Lomazzo, e qui troveranno un accordo sulle condizioni della Pace. Di nuovo Lomazzo tornerà al centro della ribalta: dove tutto è iniziato, tutto è destinato a concludersi. Ma questa è un'altra storia, e la rivivremo domani, con la Rievocazione della Pace di Lomazzo.




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