Rievocazione Storica “Pace di Lomazzo - 1286”
Lomazzo, Brolo S. Vito, domenica 6 maggio 2007
2.a parte
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Da Como intanto si muove il corteo di Loterio Rusca, che giunge in paese e
percorre le vie del nucleo storico di Lomatium Cumanum, in segno di presa di
possesso della porzione di abitato che compete alla città di Como.
Dietro ai musici a agli sbandieratori procedono con fierezza i condottieri comensi,
seguiti dal podestà Guido da Castiglione e dalla figura imponente
e minacciosa di Loterio Rusca, temibile Signore di Como. Procede dietro di lui
il gruppo delle guardie, a mo’ di drappello di pretoriani pronti a versare il sangue
per difendere il loro signore.
L’arrivo in piazza è trionfale: i musici e gli sbandieratori formano una
galleria di vessilli attraverso la quale passano Loterio Rusca e tutti i suoi
seguaci ghibellini.
Loterio Rusca fa il suo ingresso armato fino ai denti, come giustamente si conviene
per un condottiero e un signore di prim’ordine. Poiché gravato dall’interdetto della
scomunica, non può rendere direttamente omaggio all’Arcivescovo Ottone. Come pegno di
buona volontà e di disponibilità al dialogo, si sguarnisce di tutti i suoi armamenti
e li consegna a una dama: sarà lei, con somma deferenza, a recarli all’Arcivescovo.
Non appena tutti hanno preso posto, inizia il momento solenne della
proclamazione della Pace. L’araldo esordisce in pompa magna: «In nome
dell’Onnipotente Signore, nell’anno della nascita de lui Signore 1286. Indizione
XIII, nel luogo de Lomazio, Brolo di S. Vito».
Prende la parola l’Arcivescovo Ottone Visconti: «Essendoci fin qui state molte
inimicizie, liti et guerra acerrima tra il comune e li homini de Mediolano e lo
comune e li homini de Como, per le medesime inimicizie, dispute e guerra, molte
offese e molti danni so’ stati a vicenda inferti da l’una e da l’altra parte. Et
anche maggiori danni potean esser dati e inferti. se essa guerra avesse avuto a
perdurare. Ringraziamo dunque lo Dio Altissimo, che per sua Provvidenza è lo
vero Autore della Pace». Prosegue l’araldo: «Circa le predette inimicizie,
dispute e guerra, e circa tutte le ingiurie, le devastazioni, gl’incendi, le
ruberie, i danni e le offese, è stata ricercata la via degli arbitri e degli
amichevoli compositori, come meglio secondo il diritto può valere in onore di
Dio Padre e Onnipotente e della Beata Vergine gloriosa e dei beati Ambrosio di
Milano, et Abondio de Como - confessori et patroni - e di tutti li Santi e le
Sante di Dio, e a riverenza de Santa Madre Chiesa e dello Signor Papa e
dell’eccellentissimo Re de Romani».
Con voce maestosa, i due mediatori ordinano di dare lettura ai singoli articoli
su cui è stato trovato accordo. «Madonne e messeri, Rappresentanti de Como e de
Mediolano, sia data solenne lettura de li capituli della Pace». «Et siano resi
noti tutti li articoli, le clausole, le prescrizioni et le condizioni!». Uno
alla volta, i parlamentari di Milano e Como porgono all’araldo una pergamena su
cui è scritto uno dei capitoli.
1. Si presenta ora Anselmo da Alzate, Parlamentare di Mediolano. Egli reca il
testo di uno dei capitoli della pace. Araldo: «I rappresentanti de Como e de
Mediolano, riuniti al tavolo della Pace, stabiliscono, proclamano, sentenziano,
comandano per lòdo, arbitrano e ordinano, che da subito, in merito alle
inimicizie, dispute, et guerre et ingiurie, et tutte le devastazioni, ruberie,
incendi, danni e violenze, reali e personali, date e fatte tra le predette
parti, sia fatta remissione, fine et completa perdonanza».
2. Si presenta ora Enrico da Alzate, Parlamentare di Como. Araldo: «Li
rappresentanti de Como e de Mediolano, stabiliscono, sentenziano, comandano per
lòdo, arbitrano et ordinano, che messer Guido Da Castiglione, podestà de Como,
sia assolto, co tutti li suoi seguaci, da tutte le condanne e li processi, e che
detto messer Guido possa tenere in loro forze Castel Seprio, aspettandosi lo
Signor Arcivescovo e li Sapienti di Milano, che in tempo congruo restituiscano
detto castello al comune de Mediolano».
3. Si presenta ora Gasperino da Garbagnate, Parlamentare di Mediolano. Araldo:
«Li rappresentanti de le due città, stabiliscono, sentenziano, comandano per
lòdo, arbitrano et ordinano, che il Signor Balzarino da Birago e i Signori de
Paravicino, co tutti li loro seguaci, in Martesana, in Valassìna, a Lecco e
riviera et anco in Valsassina, siano assolti da tutti li banni, le condanne et i
processi, et sieno restituiti nei possessi e ne loro diritti».
4. Si presenta ora Guglielmo Guilizone, Parlamentare di Como. Araldo: «Li
rappresentanti de Como e de Mediolano, stabiliscono, sentenziano, comandano per
lòdo, arbitrano et ordinano, che la Rocchetta de Lecco, e la rocchetta più
sopra, oltre l’Adda, rimangano in custodia de lo messer Loterio Rusca».
5. Si presenta ora Iacopo da Monza, Parlamentare di Mediolano. Araldo: «Li
rappresentanti qui convenuti, stabiliscono, sentenziano, comandano per lòdo,
arbitrano et ordinano, che sua signoria lo messer Arcivescovo, il comune, e il
popolo de Mediolano, sieno tenuti e debbano mantenere et conservare messer
Loterio Rusca in ogni suo onore, e nella carica di signore del popolo di Como».
6. Si presenta ora Bertaro di Zezio, Parlamentare di Como. Araldo: «I
rappresentanti de Como e de Mediolano, stabiliscono, sentenziano, comandano per
lòdo, arbitrano et ordinano che tutti e i singoli uomini di Milano e i mercenari
mediolanensi catturati da li armigeri de Como, così come tutti e i singoli
uomini de Como e i mercenari comensi catturati da li armigeri de Mediolano,
pagate le spese di cibo e di bevanda e di custodia, liberamente dalle carceri
siano rilasciati».
E ora viene data lettura di quella che forse è la clausola più importante, la
condizione suprema, quella che da sola ha spianato la via al raggiungimento
dell’accordo. E il merito fu dell’unico assente. Già: in occasione della Pace,
sono convenuti a Lomazzo proprio tutti: l’Arcivescovo di Milano, i cavalieri, i
parlamentari delle due città; tutti meno colui che lanciò la scomunica quattro
anni prima, nel 1282: il Vescovo di Como, Giovanni de' Avvogadri. Ma fu proprio
lui, acconsentendo a rimettere la scomunica, a placare Loterio Rusca e i
comaschi: tolto l’interdetto, Loterio non aveva ormai più motivo di proseguire
nelle ostilità. Ascoltiamo dunque questo importante capitolo della Pace.
7. Si presenta ora Alberto Bossio, Parlamentare di Mediolano. Araldo: «Li
rappresentanti delle città, stabiliscono, sentenziano, comandano per lòdo,
arbitrano et ordinano, che lo patto di messer Vescovo sia regolato, e che lo
stesso Signor Vescovo de Como, Giovanni de Avvocati, faccia fine, perdonanza,
remissione e tragga il comune e gli uomini di Como e i suoi amici dalle
scomuniche e interdetti in cui fossero incorsi per mezzo dello stesso Signor
Vescovo o per di lui sentenza». La barriera più grande è caduta: ormai la pace è
sempre più una certezza!
8. Si presenta ora Pietro Rusca, Parlamentare di Como, che reca l’annuncio della
Pace.
L’araldo, quasi gridando, con espressione della voce che lascia trasparire
grandissima gioia, declama il contenuto dell’ultima pergamena: «In piena
osservanza de tutti li predetti articoli, clausole et condizioni, i
rappresentanti de Como e de Mediolano, stabiliscono, sentenziano e proclamano
che tra lo comune de Como e lo comune de Mediolano la concordia sia ristabilita,
e solennemente proclamiamo la pace!». Giunge immediata l’ovazione del popolo;
tutti contemporaneamente scoppiano in un’esplosione di giubilo, e gridano con
gioia: «Sia pace per sempre! La gioia è nei cuori! Evviva! Gioiamo per la pace!
Siamo fratelli! Esultiamo! Evviva lo Arcivescovo! Lunga vita a Ottone Vesconti!
Lunga vita a Loterio! Mai più divisioni! Evviva la pace! Pace per sempre!»
Anche l’Arcivescovo interviene in questo momento di tripudio e di generale
esultanza. Lo fa nel modo che meglio si addice alla sua posizione, declamando
con voce serena e traboccante di gioia le parole della Sacra Scrittura: «Gloria
in Excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis! Gloria a Dio nel
più alto delli Cieli, et sia finalmente Pace! Pace sulla terra! Pace per tutti
li homini de bona voluntà!».
L’esclamazione di gaudio dell’Arcivescovo viene ripresa dalla Schola Cantorum
che, affiancata dalle trombe e dagli altri ottoni del Corpo Musicale, suggella
questo momento di tripudio intonando le note solenni del “Gloria”. Nel momento
della proclamazione della pace tutte le clausole sono divenute immediatamente
esecutive. Con esse la remissione della tremenda scomunica del 1282: ora non c’è
più nessuna barriera che può formalmente impedire lo scambio di un segno di pace
tra i due sommi vertici milanesi e comaschi. Durante il canto, Loterio si alza e
va dall’Arcivescovo, s’inginocchia innanzi a lui e porge le braccia al prelato;
a sua volta Ottone si protende e afferra le braccia di Loterio stringendole alle
sue e abbracciando fraternamente il rude condottiero comasco.
Mentre ancora le note gioiose invadono la piazza, gli ambasciatori delle città
lombarde si alzano in piedi e si dispongono allineati di fronte al notaio, in
attesa che l’araldo li chiami ad esprimersi: «Che gli ambasciatori dieno notizia
de la città de loro provenienza!». Ciascuno di essi risponde, con voce sicura: «Bressa!
- Pavia! - Cremona! - Crema! - Novara! - Placentia!».
Tutte le principali città e repubbliche lombarde hanno inviato una
rappresentanza ufficiale per presenziare a un momento così alto per la storia
lombarda, in cui viene ristabilita armonia tra due delle maggiori città della
regione. La Pace di Lomazzo sarà infatti definitiva. Certo, non mancheranno in
seguito momenti di tensione e di instabilità, ma non avverrà mai più che
milanesi e comaschi stendano le armi contro la città vicina. Anzi: dal XIV
secolo Como si metterà sotto la protezione di Milano e da allora formerà una
cosa sola con la città ambrosiana, contribuendo a fondare con essa la prosperità
della Lombardia viscontea e sforzesca.
Intervengono ora, come testimoni chiamati e richiesti: Pietro Villano preposto
della Chiesa di Corbetta e Oldo de’ Ravacotta preposto della Chiesa di Galliano,
della diocesi mediolanense; Frate Giovanni da Monza guardiano dei Frati minori
di Saronno e Frate Rainerio da Foco del convento di Canturio.
Davvero curioso notare come tra i tanti ordini presenti sul territorio, siano
stati voluti come testimoni ufficiali proprio gli umili fraticelli, membri di un
ordine allora tra i più giovani, merito certamente dell’ideale di pace evocato
dai seguaci del grande Francesco di Assisi.
Ciascuno dei testimoni intervenuti alla proclamazione della Pace dichiara
formalmente la validità e la correttezza di quanto compiuto: «Io testimonio che
concordia è giunta, e che la Pace qui sottoscritta è valida ed efficace».
Non resta, infine, che apporre i sigilli al trattato di Pace: «Io Guglielmo da
Rovezano notaio, questo instrumento di pace e di fine, scrissi». Prosegue
l’araldo: «Sia dato mandato ai notari et archivisti del venerabile collegio de
giureconsulti della città di Mediolano e ai notari et archivisti dei
parlamentari della città de Como di serbare in perpetuo cotesto trattato,
affinché tutte le generazioni sappiano che li nostri popoli oggi hanno ritrovato
concordia».
Concordia è stata ricomposta, e proprio in segno di rinnovata amicizia tra Como
e Milano vengono offerte delle catene spezzate. Mentre la Schola Cantorum intona
un madrigale, due damigelle, accompagnate dai consoli del paese, porgono due
catenacci all’Arcivescovo Ottone. Per comprendere il significato del gesto
occorre ricordare che il confine tra i territori di Como e Milano correva sulla
via centrale del paese, chiamata da tempo immemorabile “contrada Catena” proprio
perché chiusa alle estremità “da enormi massi e pesantissime catene”. L’offerta
di due pezzi di catena spezzata diventa allora un gesto altamente simbolico: non ci sono
più divisioni, né barriere, né catene che possono dividere comaschi e milanesi.
Nella realtà le catene rimasero ancora a lungo e furono definitivamente rimosse
solo a fine Ottocento, mentre all’inizio del secolo successivo la via venne
intitolata all’unità del paese, assumendo l’attuale nome di via Unione.
A coronare l’importanza di un così fausto momento, l’Arcivescovo Ottone,
conformemente alli sacri canoni, offre a tutti la grazia di un’indulgenza e si
accinge a impartire la solenne benedizione pontificale. Uno dei canonici
presenti si avvicina al trono, e in ginocchio davanti all’Arcivescovo chiede:
«Indulgentias, Pater reverendissime». L’Arcivescovo risponde con benevolenza:
«Quadraginta dierum»
Allora il canonico si alza, e rivolto al popolo pubblica l’indulgenza:
«L’illustrissimo e reverendissimo Padre e Signore in Cristo, messer Ottone, per
grazia de Dio e della Sede Apostolica Arcivescovo della Santa Chiesa Milanese,
dà, e concede a tutti i qui presenti quaranta giorni de indulgenza nella forma
consueta della Chiesa». Il canonico conclude ordinando a tutti:
«Inginocchiatevi, per ricevere la benedizione!».
Tutti genuflettono, mentre l’Arcivescovo intona con melodia responsoriale la
formula di benedizione e di congedo: «Indulgentiam, absolutionem, et remissionem
omnium peccatorum vestrorum tribuat vobis omnipotens et misericors Deus». Subito
gli fa eco la corale: R/ «Amen». «Pax, et benedictio Dei omnipotentis, Patris,
et Filii, et Spiritus Sancti, descendat super vos, et maneat semper». R/ «Amen».
La pace di Dio discenda sul mondo! E così sia.
Di nuovo esplode la gioia della piazza, mentre il gruppo musici e sbandieratori
sottolinea il clima di festa con ritmi vivaci, volteggi e svolazzi di vessilli e
di bandiere.
I cortei si ricompongono, poiché ora è il momento della grande festa medioevale.
Il popolo lomazzese, i rappresentanti di Como e di Milano, i nobili, i
cavalieri, le dame e tutto il seguito dei cortei si porta fuori dal centro
abitato, dove possono avere luogo i giochi e i festeggiamenti.
La proclamazione della Pace di Lomazzo è anzitutto un momento di grandissima
festa: dopo anni di guerre e privazioni, occorre festeggiare il ritorno della
serenità. Nessuno deve rimanere escluso, sia esso nobile o villico, ricco oppure
povero. Così viene ricreata un’ampia gamma di intrattenimenti medioevali: i gran
signori del tempo si dilettavano con l’arte emozionante e spettacolare della
falconeria; il popolo invece si concedeva intrattenimenti molto più semplici, ma
non per questo meno divertenti. In occasione delle sagre popolane, delle feste
patronali e soprattutto nelle circostanze più eccezionali, come certamente la
proclamazione del nostro trattato di Pace, non potevano mancare i giochi
popolari, tra i quali il più spassoso è probabilmente il palo della cuccagna.
Proclamazione della Pace - Fine album:
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