La Pace di Lomazzo - fotografie
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Rievocazione Storica “Pace di Lomazzo - 1286”
Lomazzo, Brolo S. Vito, domenica 6 maggio 2007


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“In questo antichissimo Brolo di San Vito”. Sono le prime parole riportate nella lapide che è incastonata sul muro di uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza della chiesa di S. Vito. Ci troviamo oggi in questo luogo, l’antichissimo Brolo di San Vito, per rivivere gli stessi sensazionali eventi accaduti oltre sette secoli fa.

Pace di Lomazzo


Squillano le chiarine e fanno il loro ingresso in piazza i due Consoli, le più alte autorità del paese. Due, e non uno, perché due sono i Comuni di Lomazzo: Lomatium Mediolanense et Lomatium Cumanum.
Siamo nel Duecento, un’epoca tormentata da guerre e contese. Guelfi contro ghibellini. Impero contro i Comuni. Contado contro i capoluoghi. Città schierate le une contro le altre. Guerre e battaglie, combattute per affermare la propria supremazia o per difendere il diritto alla propria sopravvivenza. All’interno di questo quadro difficile, Lomazzo sta vivendo una situazione unica in Italia, nella cristianità e nell’orbe conosciuto, che le guerre medioevali contribuiscono a cristallizzare: per oltre dieci secoli Lomazzo resterà diviso in due sulla via centrale del paese. Metà sarà comasco e metà milanese; metà di una diocesi e metà di altra; metà di rito romano, metà ambrosiano... Proprio questo strano equilibrio fece sì che Lomazzo fosse da sempre riconosciuto come territorio neutrale, divenendo, nei momenti maggior tensione, il luogo di incontro fra le ambascerie delle due città.

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Oltre ai due consoli, i personaggi più rappresentativi del paese erano senza dubbio i sacerdoti del luogo, punto di riferimento primario per tutta la popolazione, specialmente nei momenti di smarrimento e sofferenza. Proprio loro (il rettore di S. Siro e i due rettori porzionari di S. Vito) sono i primi a dare un annuncio di speranza al popolo lomazzese: «Figlioli de Lomazio! Quattro anni terribili abemo vissuto, quattro anni de fame et de meseria. Ma le preci nostre, le penitenze e li digiuni, stanno forse recando fructo». «Due mediatori, nominati da Como e da Mediolano sono giunti nello nostro paese, e stanno cercando de raggiungere comune accordo». «Figlioli de Lomazio! In chest’ora delicata orate co’ più fervore! Battetevi lo petto e fate prece assidua affinché giunga finalmente pace in chesta landa tormentata!»

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Il gruppetto delle maggiori personalità civiche è riunito infatti in attesa di un comunicato molto importante:
due mediatori comaschi e milanesi sono riuniti in camera di consiglio in uno dei palazzi del paese. Dal loro verdetto, di accordo o di divergenza, dipende il futuro di un’intera plaga e la vita di molti uomini, sia tra i militi come nel popolo. La trepidazione è massima, quando l’araldo annuncia l’ingresso in piazza dei due mediatori: «Il nobile messere Lantelmo Benzone, da Crema, mediatore pro lo comune de Como... E lo sapiente signore Matteo di Romana, da Modena, mediatore pro lo comune de Mediolano» I consoli scattano in piedi, pieni di timore e di tremore: «Attendevamo con magna trepidazione vostre notizie, poiché sono due giorni che in vostra clausura portate innanzi le trattative». «Diteci dunque se l’accordo è stato raggiunto!». Con grande solennità prendono la parola i due mediatori: «Consoli de Lomazio, vi annunciamo gioia grande! Finalmente abemo trovato accordo». «Chiamate dunque tutte le autorità comasche e milanesi e gli ambasciatori delle città e delle repubbliche lombarde». L’annuncio dei mediatori fa esultare i due Consoli: «Davvero lo gaudio è grande in questo giorno! Esultemo, o popolo de Lomazio! Annuncemolo! Annuncemolo a tutto lo contado!». «Araldo! Emettete bando! Convocate li belligeranti e date notizia a tutto lo popolo!»

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Dopo il rullo dei tamburi, nell’atmosfera surreale della piazza l’araldo procede con la lettura del bando ufficiale: «A la gente de Lomazio, Mediolanense et Cumano, a la gente de li paesi circonvicini e de tutto lo contado; a li signori de Como e de Mediolano e de tutte le città lombarde. Villici e comari, et popol tutto: ascoltate lo bando ufficiale! Circa la guerra cruenta che de quattro anni se combatte nella plaga de Como e Mediolano; circa le inimicizie, le devastazioni, le ruberie, li danni e le offese; conformemente allo desìo de reportare pacifica condizione in tutta la plaga, tregua fu proclamata, e nello tempo de armistizio due mediatori, de Como e de Mediolano, se trovarono a descutere. Poiché li mediatori, illustrissimi signori Lantelmo Benzone e Matteo di Romana, hanno trovato accordo comune, convochiamo, nello Brolo de San Vito de Lomazio, tutte le autorità, mediolanensi et cumane, affinché l’accordo sia sottoscritto e proclamato. Convochiamo pure tutti li ambasciatori delle città e delle repubbliche lombarde; invitiamo li priori e li abati de tutti li monasteri e li conventi; chiamiamo li nobili, li signori, li cavalieri e le dame, e tutti li homini dello popolo, affinché con copiosa moltitudine sia resa testimonianza a lo magno accadimento. Codesto bando se leggerà in ogni comune delli territori de Mediolano e de Como, et se proclamerà nelle piazze e nelli crocicchi delle contrade. Fatto a norma delle leggi, delle desposizioni e delle consuetudini. Lomazio, anno di grazia 1286».

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Il primo corteo a muoversi è quello della popolazione lomazzese del Duecento: il popolo, richiamato dall'eccezionalità dell'evento, affluisce in Brolo S. Vito.

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La rievocazione è l’occasione per ricostruire uno spaccato autentico della società Duecento, rappresentativo di tutte le classi sociali: dai vertici sino ai livelli più miseri. Il gradino più basso è quello dei lebbrosi, che per l’uomo medioevale erano i reietti per antonomasia. Non appena i lebbrosi giungono in piazza, il camparo li scaccia lontano...

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Lomazzo era luogo di confine fra Como e Milano, e i passaggi delle merci erano soggetti a delle gabelle riscosse da un daziere. Proprio dalle disposizioni sui dazi e sul commercio del XIII e XIV secolo, possiamo conoscere quali fossero i prodotti provenienti dal nostro paese. Come in tutto l’Agro Comense il prodotto principale erano i cereali (coltivati da contadini e villici); notevole anche la produzione del vino (vignaioli). Ma i veri prodotti tipici di Lomazzo erano la produzione del formaggio (casari e mungitrici) e, soprattutto, la lavorazione del ferro (fabbri ferrai, con la variante dei maniscalchi).

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Nel quadro sociale del paese, un posto importante va anche alle lavandaie: in passato esistevano diverse zòche, (il Zucòn di pz. Stazione, la “pessìna” di pz. IV Novembre) e già nel '200, non distante dal pozzo di Villa (l’odierna piazza Volta) esisteva la fontana de Bonaiutis, con vasca per abbeverare le bestie e lavare i panni. Completano il quadro il camparo (cioè la guardia civica), il tintore e l’erbaiola (che procacciava gli ingredienti per le tinture vegetali). Decisivi, nella vita di un grosso paese come già al tempo era Lomazzo, il mugnaio e le prestinaie, l’oste e la taverniera.

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A un evento così importante non possono certo mancare i religiosi di tutti i principali conventi e monasteri della zona: i Benedettini di Vertemate, gli Umiliati di Puginate, i Francescani di Saronno e di Canturio e persino i Templari, presenti a Cermenate: essi proteggevano e fornivano ospitalità ai pellegrini diretti a Roma e in Terrasanta che provenivano dal nord-Europa e, attraverso lo Spluga, raggiungevano Milano e la via Francigena. Chiude il corteo un gruppo molto importante, quello dei soldati mercenari, spesso reclutati nei nostri paesi: nelle cronache delle guerre fra Milano e Como ebbero un ruolo di primo piano e entrambi gli eserciti ne facevano largo uso.

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Giungono in piazza anche le famiglie dei proprietari terrieri e dei personaggi più agiati. A differenza della maggior parte dei paesi vicini, quasi esclusivamente agricoli, Lomazzo non era un paese di miserabili, ma un borgo variegato, dove tutti i ceti sociali erano rappresentati e dove molti erano i diretti proprietari della terra che lavoravano o che facevano lavorare.

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Da Milano giunge il corteo di Ottone Visconti. Viene aperto da musici e sbandieratori, cui fanno seguito i condottieri milanesi, il crocifero e l’Arcivescovo, il podestà di Milano, le guardie, i parlamentari, gli ambasciatori delle città lombarde, le dame e i vessilliferi.

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Lo speaker continua a descrivere l’arrivo dei figuranti: tutti i personaggi del corteo, man mano che vengono citati, vanno a prendere posto nella posizione loro assegnata.

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Subito dopo i condottieri milanesi, apre la strada all’Arcivescovo Ottone il chierico crocifero, così chiamato per la croce astile che sostiene rivolta in direzione del prelato.

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Quando il corteo è completamente arrivato e tutti i figuranti di Milano hanno raggiunto la loro posizione la corale intona un’antica antifona, l’ “Ecce sacerdos”, con cui ufficialmente ha luogo l’accoglienza a Ottone Visconti.

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L’Arcivescovo smonta da cavallo aiutato dal cerimoniere e da degli inservienti; i caudatari sorreggono la coda della cappa magna; i paggi ricevono il galero, il largo cappello episcopale e consegnano la berretta, mentre il clero locale porge come di consueto il crocifisso da baciare, l’aspersorio, il turibolo, terminando infine con il lavabo rituale.

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Per tributare omaggio al grande Signore di Milano il gruppo di musici e sbandieratori esegue una colorata coreografia di evoluzioni e di virtuosismi di bandiere.





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