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La Pace di Lomazzo
Dalla Scomunica dei Rusca al definitivo trattato di pace fra Como e Milano

Tratto da "Pagine Aperte" - Notiziario della Comunità parrocchiale di S. Siro in Lomazzo, dicembre 2002 (a cura di A. Monti) e recentemente ripreso da M. Mascetti, A. Monti, A. Rovi in "Lomazzo. Storia di un borgo fra due città" - Lomazzo, 2005.



UNA PREMESSA INDISPENSABILE - IL CONTESTO STORICO

- L’organizzazione politica delle città medioevali -
Nel Basso Medioevo, religione e politica erano indissolubilmente legati e, nella profonda coscienza religiosa e cristiana dell’Europa medioevale, erano del tutto inseparabili. Proprio questa profonda unità religiosa e civile nel corso secoli ha portato alla nascita di una cultura europea comune a tutti i popoli del continente: la nostra cultura, la cultura oggi conosciuta come «occidentale», è stata letteralmente partorita proprio in questi lunghi secoli che alcuni si ostinano a definire «bui».
La profonda unità religiosa e civile dell’Europa medioevale non era però immune da problemi. Il più importante fra questi era stabilire a chi spettasse l’autorità suprema fra le due più grandi istituzioni del tempo: l’Impero e il Papato. Occorreva determinare se il potere civile dovesse essere legittimato da quello religioso (e quindi le disposizioni del Papa in quanto Vicario di Cristo fossero inoppugnabili) o se invece l’ultima parola spettasse all’Imperatore, che avrebbe così avuto il compito di ratificare o meno i decreti del Pontefice. Storicamente la disputa si inquadra in un lungo periodo che va dal Concordato di Worms del 1122 sino alla bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 1302. La diatriba teologica e politica infiammò tutte le città, in Italia come nell’intera Europa. Ovunque si crearono due partiti politici: quello fedele alla tesi della preminenza del Pontefice (partito Guelfo) e la fazione fedele alla tesi di supremazia dell’Imperatore (partito Ghibellino). Può sembrare straordinario l’interesse che questa questione destò nei cittadini di ogni località geografica e di ogni livello sociale. In realtà non si trattò di un nobile desiderio di partecipare alle grandi discussioni istituzionali e sociali, né tanto meno di interesse per dirimere le arcane verità teologiche. Tale disputa fu piuttosto il ghiotto pretesto utilizzato da molte città per dichiarare la propria indipendenza dai legami dell’Impero (nascita dei liberi Comuni) e per le famiglie più in vista di ciascuna città di assurgere a ruoli di potere e di predominio all’interno delle città stesse (passaggio dall’Età Comunale alla Signoria).

- La linea politica di Como e Milano, nell’ XI e XII secolo -
Nella città di Milano i guelfi erano guidati dalla famiglia dei Torriani (o Della Torre); i ghibellini, invece, dalla famiglia Visconti. Nella città di Como i guelfi erano capitanati dalla famiglia dei Vitani, mentre i ghibellini dalla famiglia Rusca (o Rusconi). A Como predominavano i Rusca, perciò la città era tradizionalmente ghibellina (fedele all’ Imperatore). A Milano prevalevano i Torriani e la città era tradizionalmente guelfa (fedele al Papa).
Città guelfe e ghibelline presto entrarono in conflitto fra loro, per il controllo del territorio circostante la città.

- Storie di guerre, di conflitti, e di grandi pacificazioni -
Nel 1118-1127 si svolse il primo conflitto fra Como e Milano, ricordato come "Guerra Decennale". Qualche anno dopo la guerra riesplose, concludendosi soltanto nel 1183 (Pace di Costanza fra l'Imperatore Federico I Barbarossa e Comuni lombardi). La pace tra Como e Milano fu così stipulata nel 1196. Trascorsero soltanto due generazioni e i vecchi dissidi furono rispolverati: Federico II, nipote del prode Barbarossa, combatté nuovamente la Lega Lombarda e fu definitivamente sconfitto nel 1247. Anche stavolta seguì un trattato di pace fra Como e Milano (1249), sottoscritto proprio nel nostro paese, nel Brolo di Lomazzo.

- Gli avvicendamenti politici del XIII secolo, causa dello scoppio delle ultime guerre medioevali fra i comuni di Como e Milano -
Con la sconfitta dell’Imperatore Federico II ovunque i ghibellini subirono un duro contraccolpo. A Como la fazione ghibellina dei Rusca cadde in disgrazia e la città (tradizionalmente ghibellina) divenne guelfa; il potere passò così alla famiglia dei Vitani. La città di Milano, intanto, fu protagonista di un fenomeno completamente opposto: nella città ambrosiana (tradizionalmente guelfa - in Lombardia la guelfa per antonomasia), il clima di distensione favorì l’ascesa della famiglia ghibellina dei Visconti. La grande occasione dei Visconti si presentò quando Ottone – membro della famiglia – fu eletto Arcivescovo. Grazie al prestigio di Ottone, da allora i Visconti divennero Signori incontrastati della città. Nacque così la Milano viscontea e sforzesca destinata a dominare la scena lombarda per tutto il XIV e XV secolo. Questo strano capovolgimento che interessò entrambe le nostre città fu la miccia che fece innescare instabilità, dissidi, contese e infine la guerra, l'ultima terribile guerra medioevale fra le città sorelle di Como e Milano.

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1. TRAVOLTI DALLE LOTTE TRA GUELFI E GHIBELLINI

Bisogna tornare al Basso Medioevo, all'epoca dei Liberi Comuni, per riscoprire appieno l'accesa passione della gente per il proprio territorio. Un attaccamento che in alcuni casi, non disdegnavano di mutare in eroismo: anche Lomazzo, nel Duecento, ebbe la sua parte di eroismo. Fu nel 1282, quattro anni prima della famosa «Pace di Lomazzo» (2-3 aprile 1286). In questa occasione gli abitanti della parrocchia comasca di S. Siro si strinsero attorno al proprio Vescovo, ignobilmente esiliato, e lo accolsero proprio nella loro chiesa rischiando ritorsioni gravissime, oggi inimmaginabili. Appena vent'anni dopo (1303), Lomazzo infatti subì la quasi totale distruzione a causa di colpe assai meno temerarie...

Ma ora fermiamoci con le anticipazioni, e riprendiamo dall’inizio questo incredibile racconto.
Caliamoci nel XIII secolo, nel pieno del contenzioso tra "guelfi" e "ghibellini": in ogni città, ogni famiglia, si combatte una guerra fratricida contro le famiglie dello schieramento opposto. E’ in gioco il prestigio, l’onore familiare, ma soprattutto il potere e il desiderio di sopravvento.
Per i più forti, c’è in palio la supremazia assoluta, sulla città come sul contado; per quelli che arrivano secondi non rimane che la condanna all’inferiorità e alla subordinazione.


2. LA STORIA DI UN EPISCOPATO TORMENTATO

La quiete difficoltosamente raggiunta fra Como e Milano nel 1249 con il primo (e precario) trattato di pace sottoscritto a Lomazzo fu presto spezzata da una nuova tempesta. Mentre Ottone Visconti (Ep. 1262 - 1295) svolgeva il suo episcopato a Milano, la cattedra vescovile di Como venne occupata in modo illegittimo da Raimondo Della Torre.
Alle due potenti famiglie da sempre in contrasto, fu offerto un nuovo motivo di competizione. Papa Gregorio X, accortosi della pericolosa situazione, intervenne personalmente a dividere i due prelati ispirati da intenzioni poco cristiane.
A reggere l'episcopato comense in quest'epoca così tormentata, il Pontefice chiamò il presbitero comasco Giovanni de’ Avvogadri (o Avvocati; Ep. 1275 - 1293).

Altro che il rancore permeato nell'animo dei vari politicanti duecenteschi! Lui, bollato come guelfo (a causa della tradizionale militanza guelfa della famiglia di origine), guardava con insofferenza a queste farneticanti divisioni: non appena ne ebbe l'occasione, ne diede prova facendo liberare i ghibellini ingiustamente reclusi a Como (incarcerati dopo la disfatta dell'imperatore Federico II a cui i ghibellini comaschi erano alleatati), riabilitandoli alla vita pubblica, e... destando le più vive proteste degli stessi guelfi Vitani.

Il Vescovo poté ardire a tanto poiché molta era era l'influenza di cui godeva. «Secondo il volere di lui si maneggiava la repubblica», scrisse Benedetto Giovio. Infatti all'inizio del suo episcopato (1275), Giovanni aveva trovato la città che arrideva ai Vitani, a cui la famiglia del presule era molto vicina; questi, misero nelle mani del Vescovo il potere di governare Como, con l'emanazione di leggi e l'amministrazione degli affari civici. ("Historiae Patriae", Benedetto Giovio)

Spesso siamo abituati a racconti che vogliono la Chiesa medioevale corrotta e interessata più al potere materiale che alla salvezza delle anime. Conoscendo l'importante impegno politico del Vescovo Avvocati, verrebbe da giustificare qualche intemperanza riguardo ai suoi doveri spirituali. E qui la sorpresa. Giovanni de’ Avvogadri , invece, seppe fare la sua parte nelle riforme alla Chiesa di Como, si occupò dei benefici ad essa concessi, non distolse la sua attenzione dai problemi del clero e del suo gregge, ebbe sempre a cuore la città e il territorio comaschi.
E queste non sono solamente illazioni. Una gran quantità di documenti (rispetto alla media di quelli conservati al tempo) testimoniano l'intensa attività pastorale di questo Vescovo. Giovanni de’ Avvogadri fu un Vescovo saggio, con una mentalità moderna, molto più aperta di quanti lo circondavano. Per questo (come leggeremo), ebbe in seguito molto a soffrire, per i voltafaccia di chi aiutò (come la fazione ghibellina), per la violenza gratuita che da questi ebbe a dover digerire.

Era il 1276. Vitani e Rusca vennero alle armi all'interno della città di Como, e questi ultimi ebbero sopravvento. Nel frattempo l'Arcivescovo milanese Ottone Visconti (nonché condottiero ghibellino e Signore di Milano per i Visconti), quand'ebbe sconfitto i nemici Torriani presso Arona, volle snidare i parteggiatori dei Torriani che si trovavano in terra comasca. La città, fu così definitivamente nelle mani dei Rusca, che da allora in poi poterono tenere ben salda la Signoria su Como.
Ma il potere logora, e consuma d’invidia chi non ne possiede abbastanza. Il prestigio del Vescovo Giovanni permaneva altissimo anche dopo il cambiamento di bandiera della città, così che egli aveva conservato intatto il suo ascendente politico su Como.
Per questo motivo, nella fazione ghibellina, c'era chi non ammirava il nostro presule e covava terribili piani per sbarazzarsi dello scomodo personaggio...

Nel 1281 scoppiarono discordie tra i ghibellini neovincitori. I Rusca, già alleati con Ottone Visconti prima della sconfitta dei Vitani, ruppero l'alleanza con l'Arcivescovo. Giovanni de' Avvocati, legato da profondi legami di amicizia, rifiutò di fare lo stesso e con questa scusa fu accusato di tradire la città.


3. L'OLTRAGGIO ALLA CHIESA COMENSE

Il Vescovo Giovanni non reputò di dover giustificare il sentimento di lealtà e di personale amicizia verso Ottone.
Forse che il Vescovo dovesse rinnegare un amico per compiacere il signorotto di turno? E cos'erano diventati, in quel momento, gli anni di saggia amministrazione del Vescovo al municipio comasco?
Il podestà Antonium de Langosco, fantoccio dei Rusca, incitò alla sovversione contro il Vescovo, e Simone da Locarno e i fanatici ghibellini con cieco furore appiccarono le fiamme all'episcopio. Il palazzo vescovile fu devastato da un terribile rogo e il Vescovo Avvocati ebbe appena il tempo di fuggire dalla città, cercando riparo verso sud. Così, trovò rifugiò in territorio milanese, e (udite, udite) a principio del 1282 nella chiesa lomazzese di S. Siro compì il rito di scomunica contro i Rusca, Signori di Como, macchiatisi del gesto tanto infame contro la Chiesa locale e contro la vita del suo Pastore.


4. LA SCOMUNICA

La Chiesa non ha mai dato maledizioni di nessun genere; può però scomunicare, e la scomunica è la pena medicinale per scuotere l'uomo. La scomunica era un provvedimento gravissimo, la maggiore pena spirituale. Talmente drastico che spesso era sufficiente la sola minaccia di scomunica per riportare alla ragione gli sciagurati; una pena adottata anche in passato con molta parsimonia (spesso riservata al papa): il compimento del rito nella nostra chiesa ha dell'eccezionale.

Il rito religioso medioevale, supportato da uno specifico formulario prevedeva - fra l'altro - lo scagliare a terra alcuni ceri, che spezzandosi andavano a significare la rottura della condizione di piena comunione con la Chiesa; i quattro ceri, spenti con capovolgimento violento al suolo, erano il segno della perdita della luce divina e della condanna alle tenebre dell'inferno. Lo sciagurato che era colpito da tale grave azione perdeva la grazia di Dio e la comunione con la Chiesa, e non potendosi più comunicare con l'Eucaristia o accostarsi a qualsiasi altro Sacramento, assumeva lo status di scomunicato.


5. IL DOCUMENTO DELLA BIBLIOTECA AMBROSIANA

(Historiae Patriae Monumenta edita iussu regis Caroli Alberti, tom. XVI Leges Municipales, Tomus secundus Pars prior, Liber Statutorum Consulum Cumanorum - Antonio Ceruti, Augusta Taurinorum, MDCCCLXXVI)

Testo originale del decreto della Scomunica dei Rusca

Anno del Signore 1282. 25 aprile, solennità di S. Marco Evangelista. Presenti due notari comaschi, e lo scritturale di fiducia Ser Francesco Pasta da Gallarate, figlio di Ser Giacomo, che "tradusse e scrisse e redasse in pubblica forma"; presente il clero di arcipreti e canonici fedeli al Vescovo,pure presenti il «presbyter Carnevarius», prete di Lomazzo S. Siro, «et presbyter Mainfredus cappellanus ecclesie sancti Viti eiusdem loci de Lomatio».
Nella chiesa lomazzese, alle luci soffuse delle candele si accompagnarono le parole funeste sulle pene a cui avrebbero dovuto soccombere tutti quelli che non si attenevano alla legge divina. Giovanni Avvocati, assistito da "salute nel Signore" tuonò dall'ambone della chiesa oltre cento nomi, nomi di uomini "empi e scellerati", che nella città di Como «tumultuosse et clamore grandi et orribeli fecerunt insultum, seu fieri fecerunt, seu procuravernt, seu mandaverunt, seu ratum haberunt».
Come ignorare "il loro grave e intollerabile peccato, che commisero recentemente, crudelmente ed eccessivamente contro le regole, contro noi e contro la chiesa episcopale comasca. Conduciamo le loro colpe [...] affinché non valga presentare una fondata giustificazione presso gli ignari, e affinché la giustizia accompagni la nostra sentenza e riporti i meriti dalla parte di Dio e degli uomini". Segue dunque la cronistoria dei fatti che già abbiamo raccontato, con i Rusca a lungo esiliati e incarcerati, che dal Vescovo "col favore dello Spirito Santo" furono richiamati alla loro patria, e come essi "veramente ingrati di tanti benefici" si erano ribellati. Dopo aver incendiato l'episcopio "commisero ogni genere di scelleratezze", rubarono nelle chiese, compirono sacrilegi. Contro coloro che si rendevano responsabili di gravi offese morali era prevista la scomunica: qui, alle offese morali si univa la barbarie delle violenze materiali.
Il Vescovo non esitò a procedere. “Poiché i precitati delitti sono talmente noti e conosciuti che non si possono nascondere senza alcuna esitazione, e poiché non possiamo dissimulare una così grande ingiuria all'episcopato e sostenerla con animo calmo e con la connivenza di certi alcuni chierici, affinché anche noi non veniamo trovati colpevoli presso Dio [...], stando davanti a noi uomini scelti [...] e una moltitudine abbondante di fedeli [...] noi, in forza dell'ufficio e dell'autorità che svolgiamo, decretiamo scomunicati i precitati podestà, assessori, giudici, familiari di Simone [da Locarno] e Loterio [Rusca] e tutti gli altri precitati e qualunque di loro, e tutti gli altri di qualunque stato e qualunque città e diocesi, che a queste cose diedero appoggio con parole e fatti, impedendo consiglio, aiuto, favore pubblico o nascosto, e di nuovo per le premesse e soprascritte cause scomunichiamo e rendiamo pubblica la scomunica, e li dichiariamo scomunicati e ordiniamo che da tutti vengano evitati; pure per la cittadinanza di Como, per la diocesi e le sue chiese li irroghiamo dell'interdetto ecclesiastico”. Sembra quasi di sentire risuonare la voce: «...excomunicamos! ...excomunicatos denunciamos!...»
A tali scomunicati era imposta la restituzione di quanto sottratto, nonché la confisca dei beni.
Indi il Vescovo si preoccupò di far conoscere a tutti il documento di scomunica, specificandone la sua pubblicizzazione. “Al fine di rendere pubblico questo nostro processo a tutti gli uomini, appesi o meglio affissi carte o meglio pergamene contenenti il medesimo nel luogo di Lomazzo, nella chiesa di S. Siro, che appartiene alla diocesi di Como, per rendere il giudizio bandito e aperto”.
E di nuovo si conferma: «Actum in predicta ecclesia sancti Syri».


6. IL GESTO DEI LOMAZZESI.
CORAGGIO O INCOSCIENZA?


Quanto avvenne nella chiesa parrocchiale di S. Siro in quel giorno di sabato, fu sconvolgente. I Signori di Como, assieme a tutti i principali esponenti della fazione ghibellina del capoluogo comasco, messi al bando dalla Chiesa...
Il sostegno dei Lomazzesi, a sua volta, fu sconvolgente. «Presente ibi etiam fidelium in moltitudine copiosa», si dice nel documento del 1282, che qui non ha bisogno d'esser tradotto. In tempi in cui la popolazione era di poche centinaia di anime, fu addirittura una moltitudine di folla a radunarsi per Monsignor Giovanni de’ Avvogadri. La fedeltà al Vescovo, la scelta di Mons. Avvocati di recarsi proprio a Lomazzo, l'accoglienza così temerariamente offertagli nella chiesa di S.Siro, onorano il popolo lomazzese. Tutto questo avrebbe potuto costare molto caro ai Sansiresi. Appena vent'anni dopo (1303), il paese infatti subì la totale distruzione per punire un'azione assai meno temeraria!
Ecco allora esaltato il coraggio del Vescovo di reagire all'oltraggioso affronto, subito non solo dalla sua persona ma dall'intera Chiesa di Como. E il coraggio dei Lomazzesi, che furono con il loro Vescovo, un sol corpo a reggere e sostenere la causa della Chiesa comasca messa in ginocchio dalle prepotenze e dalla tirannide dei Rusca.

Fu l'unica volta che il Vescovo, in dieci anni di esilio forzato, osò rimettere piede in territorio comasco. Solo verso la fine del suo esilio, riuscì a spingersi prudentemente sino all'ancor ambrosiana Cantù...
Giovanni dovette finire gli anni del suo ministero episcopale in esilio nel capoluogo ambrosiano, prodigandosi per la sua diocesi e mantenendo i rapporti tramite i fidi collaboratori che lo avevano seguito a Milano. Giovanni de' Avvocati fu sostenuto dal clero comasco, di cui si prese particolarmente cura, ma non ottenne mai di calmare il rancore che ancora gli serbava la classe politica ghibellina di Como, e in particolare la famiglia Rusca.


7. E FU GUERRA

Con la scomunica era irrimediabilmente compromessa la fiducia del popolo cristiano, tale da indurre al disconoscimento dell'autorità politica dello scomunicato. In certi casi si arrivò alla ribellione popolare contro l'usurpatore, che aveva praticamente perso i suoi diritti civili.
Loterio Rusca, Signore di Como, non poteva restare a guardare, se voleva mantenere il proprio potere nonostante il provvedimento della scomunica.
Forte della fedeltà dei suoi ghibellini, armò il suo esercito, e subito fu riaperta l'atavica ostilità con la Milano di Ottone Visconti.
Fanti e picchieri; soldati di ventura, balestrieri e arcieri; nobili cavalieri. Gli eserciti si disposero sul territorio, mentre col passare delle settimane e dei mesi l'esasperazione per il conflitto in atto si faceva insostenibile...

Il grigiore della situazione si manifestò in tutta la sua drammaticità nella primavera del 1285 quando la fanteria milanese si radunò a Saronno per garantire la regolarità delle operazioni di mietitura, e affinché il grano fosse portato a Milano. Al minimo inconveniente le soldatesche si sarebbero apprestate a marciare verso i territori comaschi presidiati l'esercito della città. Lomazzo sembrava dover essere ricordata dai posteri come il luogo della battaglia fratricida di Como e Milano; uno scontro diretto di quella portata avrebbe ridotto le campagne lomazzesi ad un'ecatombe.
Fortunosamente si giunse ad una svolta; le due fazioni belligeranti, rendendosi conto delle loro pari condizioni, vollero evitare la carneficina dei loro combattenti. Vinse la diplomazia: per oltre tre anni si susseguirono manovre e spostamenti, senza che i due schieramenti si dessero aperta battaglia. Dal 1285 già si confrontavano le rispettive Cancellerie diplomatiche. Il loro intervento divenne vitale dopo che il 26 febbraio 1286 fu "gridata tregua" per venti giorni: gli incessanti contatti diplomatici (assicurati dalla spola tra Como e Milano da parte del cremonese Lantelmo Benzone), fecero maturare le aspettative dell’armistizio, riuscendo a tramutarlo in una vera e propria pace definitiva.
Nuovamente il nostro paese fu al centro delle attenzioni: Lomazzo visse un'altro dei momenti più gloriosi della sua storia. Giunsero i parlamentari di Como e Milano che, fra la pomposa festanza di un popolo provato dagli eventi bellici, discussero e stipularono l'accordo definitivo fra le due città.


8. E FU PACE

Testo del trattato della Pace di Lomazzo

Il 2 aprile 1286 si giunse finalmente alla pace fra l'Arcivescovo di Milano, Ottone Visconti, e la città di Como, e in tale pace fu incluso anche il Vescovo Giovanni. Ma non fu una "pace" qualsiasi, noi tutti Lomazzesi dovremmo ben saperlo. Fu la "Pace di Lomazzo", famosa e celebrata anche dalla seconda parte della lapide di Brolo S. Vito.

Un capitolo sanguinoso si chiudeva nella fredda giornata del 30 marzo 1286 in territorio lomazzese; gli arbitri delle trattative (Lantelmo da Benzone, Matteo da Romana, Anselmo da Alzate, Gasparino da Garbagnate, Iacopo da Monza, Alberto Bossio, Enrico da Alzate, Guglielmo Guilzone [Guillelmum de Guilizono], Bertaro di Zezio [Bertarum de Zezio] e Pietro Rusca [Petrum Alberti Rusche], questi ultimi tutti scomunicati), apposero finalmente i propri sigilli alla pace duramente raggiunta.
«Li capituli de la pace furono sigillati de li sigilli de tutte le republice, deliberando che lo Arcivescovo, homo sagace e de grandissima industria [...] da Milano il tertio giorno dovesse andare a Lomacio [...] dove erano li ambasciatori de Como [...].[...] Lo Arcivescovo, il pretore [...] inscieme con il sindico dil Commune de Milano e li ambasciatori de Cremona, Placentia, Bressa, Pavia, Novara e Crema, quali ad istantia dil Vesconte intervennerono, cavalcò finalmente a Lomacio et inde si convenerono di fora, dove era [...] Luthero signore dil populo [...] di Como». ("Patria Historia", Bernardino Coiro)
Come si ricorda nel documento sopra trascritto, il 2 aprile giunsero a Lomazzo l'Arcivescovo milanese Ottone Visconti e Loterio Rusca, Signore di Como ("capitano del popolo"). Le due massime autorità milanese e comasca furono scortate ciascuna dal podestà in carica nella propria città (Ugolino Russo, per Milano, e Guido da Castiglione per Como). Insieme alle più alte personalità civiche, sedettero come testimoni i rappresentanti di tutte le altre città lombarde coinvolte in questi secoli di guerre che, per la nostra landa, proprio quei giorni andavano a chiudersi.
Il dì seguente, la folla entusiasta si radunò sulla via che conduceva a Rovello («in territorio de Rudello»), perché nessuna piazza del paese era in grado di accogliere la moltitudine. I capitoli della Pace di Lomazzo vennero solennemente letti fra l'orgoglio di tutti i Lomazzesi presenti, e forse, proprio a memoria di questo evento, sulla via per Rovello (via Milano) i nostri progenitori edificarono il maestoso Arco della Pace, che oggi, ricostruito, costituisce uno dei simboli più importanti del nostro paese.


9. LA PARTE DI MERITO CHE EBBE GIOVANNI DE' AVVOCATI

Tutto è bene quel che finisce bene; anzi, «In terra pax hominibus bonae voluntatis», come si ricorda abbia evangelicamente proclamato in quella occasione l'Arcivescovo Ottone Visconti.
I lettori più attenti non avranno mancato di notare l'assenza di una persona che ormai ben conosciamo... In occasione della Pace, a Lomazzo arrivarono proprio tutti: Signori, podestà, sindaci, arbitri, consiglieri, ambasciatori, rappresentanti di città, notai, cavalieri, prevosti, i priori di tutti i conventi di frati..., con la presenza culminante dell'Arcivescovo di Milano. Mancò solo una persona, domino Episcopo Giovanni de' Avvocati.
Come già abbiamo detto, Giovanni de' Avvocati, da quando fu costretto all'esilio, non mise più piede nella diocesi di Como per dieci anni, se non per la scomunica del 1282. Anche ora, che la Pace era stata sottoscritta, continuava a temere le ritorsioni personali dell’infido Loterio Rusca.
La sua assenza a Lomazzo, in quel 1286, non deve però lasciar pensare che con la Pace non ebbe nulla a che spartire... No. Colpo di scena. Fu proprio lui, non presente a Lomazzo, né citato nella nostra lapide di Brolo S. Vito, ad essere uno dei veri protagonisti della Pace di Lomazzo. Fu lui, a permettere che la Pace avesse luogo. Incredibile? Sì, eppure l'unico assente, a sette secoli di distanza quasi dimenticato, decretò la fine di un conflitto tra città durato intere generazioni.
Se la pace ebbe luogo, infatti, fu perché si era adempiuto ad una particolare condizione.
Scorrendo il lungo testo latino del trattato, uno dei capitoli della Pace, una clausola, attrae l'attenzione... Sta scritto: le due parti "Stabiliscono, proclamano, comandano per lòdo, arbitrano ed ordinano che il patto del Signor Vescovo e dei seguaci suoi sia regolato" e che sia «ipso Domino episcopo faciente finem perdonantiam remissionem communi et singolaribus personis Cumarum...» cioè che lo stesso Signor Vescovo "faccia fine, perdono, remissione al Comune e alle singole persone di Como e dei suoi alleati in merito a tutte le violenze, offese, ingiurie e tragga il Comune e gli uomini di Como e i suoi amici dalle scomuniche e interdetti in cui fossero incorsi per mezzo dello stesso Signor Vescovo o per sua sentenza".
Bisogna infatti sapere che prima della sottoscrizione della Pace era stato stipulato un patto, per il quale mediarono Guido da Castiglione e gli Ambasciatori di Milano (e appunto qui si proclama di dare esecuzione al patto già convenuto). Il patto riguardava ciò a cui maggiormente Loterio Rusca dovette tenere (e che mai pubblicamente ammise), cioè la remissione dell'interdetto che gravava su di lui e che stava erodendo il suo potere e il suo ascendente sul popolo di Como.
Se la Pace di Lomazzo del 1286 ebbe luogo fu perché avvenne che il Vescovo "perdonasse ai comaschi", e cioè fece annullamento della terribile ed esemplare scomunica lanciata sui Rusca.
Tolto l'interdetto, il Vescovo rimase ugualmente in esilio. Giovanni degli Avvogadri rientrò a Como soltanto nel 1292, quando il suo persecutore Loterio Rusca fu "sceso nel sepolcro". Un anno più tardi anche il buon Vescovo spirò, e trovò riposo eterno nella sepoltura a lui riservata in duomo a Como, nella cappella di S. Giovanni, nel sarcofago tutt'oggi visibile presso la Porta della Rana.






 
 

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